Ciao Gianmaria , partiamo dal titolo dell’album, “Dementia”, che richiama chiaramente la malattia della demenza. Quanto c’è di personale in questa scelta e nei brani del disco?
Il titolo è abbastanza esplicito: racconta fondamentalmente un percorso dentro quella che è una malattia mentale, la demenza. È qualcosa che mi sono trovato ad affrontare non in maniera diretta, ma stando molto vicino a una persona che invece l’ha vissuta in prima persona.
Questo mi ha portato, in qualche modo, a conoscere da vicino questo percorso così faticoso e duro, e a riconoscerne le varie fasi, spesso molto altalenanti: si passava da momenti di euforia e di gioia a momenti di terrore assoluto, oppure a una confusione totale, fino a non capire nemmeno più dove ci si trovasse.
Tutta questa esperienza mi ha spinto a parlarne e, come sempre, il modo che ho per farlo è attraverso la musica.
Ma è stato anche un modo per esorcizzare la malattia?
Non credo che la spinta principale sia proprio quella. Però è chiaro che, in qualche modo, sotto sotto c’è anche questo meccanismo. Quando ti trovi ad affrontare una situazione molto grave, devi imparare ad accettarla: è il primo passo per averne meno paura e quando inizi ad accettarla e la paura diminuisce, in un certo senso stai anche esorcizzando quella situazione. Ma questo non è il mio intento primario, Il mio obiettivo è soprattutto cercare di portare all’attenzione di tutti situazioni molto pesanti e far capire che non si possono lasciare sole le persone che si trovano a viverle.
In passato hai portato nelle tue canzoni temi legati alla malattia e alla sofferenza, argomenti di cui spesso è difficile parlare apertamente.
Quanto è importante per te raccontarli nella tua musica e aiutare chi ti ascolta ad avvicinarsi a queste tematiche?
A dire la verità ho sempre avuto una certa facilità nel parlare di queste tematiche. Mi hanno sempre attratto le situazioni difficili e i personaggi che stanno un po’ fuori dagli schemi, gli outsider. Mi colpiscono le storie di chi vive ai margini: dalla malattia mentale alle condizioni di degrado o di grande difficoltà.
Non mi hanno mai interessato molto i personaggi perfettamente allineati a una vita ‘retta’; mi incuriosiscono di più quelli che si muovono ai confini. Credo che affrontare nella musica temi come la malattia mentale, ma anche la malattia in generale, il disagio o le fragilità, sia importante, anche nel proprio piccolo. Significa portare all’attenzione collettiva realtà che spesso restano in ombra.
Questo accade per diversi motivi, ma uno dei principali è la paura. Penso soprattutto alla malattia mentale: spaventa. Se non si è costretti a confrontarsi direttamente con essa, perché la si vive in prima persona o perché riguarda qualcuno di vicino, si tende facilmente a evitarla.
I tuoi brani, dai tempi dei Prozac+ fino ai Sick Tamburo, sono popolati da personaggi molto forti, come Silvia in questo disco. Sono storie reali o inventate? E come nascono questi personaggi?
Di solito i personaggi di cui parlo nelle canzoni sono persone reali, poi è chiaro che quando scrivi un brano aggiungi sempre un po’ di romanzo, perché la canzone ha bisogno anche di una dimensione narrativa. Però la base è quasi sempre reale: sono persone che in qualche modo mi colpiscono e mi attirano.
Devo dire che mi sento molto più attratto dagli sfigati che dai fortunati, da chi vive situazioni complicate o sta un po’ ai margini. Sono storie che mi interessano di più e che sento più urgenti da raccontare.
Silvia, in questo caso, è un personaggio davvero molto reale: dentro la canzone c’è pochissimo di inventato, è una persona che mi ha colpito e attratto talmente tanto che a un certo punto ho sentito quasi il bisogno, la necessità, di parlarne in una canzone.
Nel disco non c’è solo il tema della malattia. In Ho perso i sogni, per esempio, sembra emergere un riferimento alla guerra ma anche a una forte disillusione. È questa l’idea dietro al brano?
Sì, Ho perso i sogni parla proprio della follia dell’uomo, qualcosa che purtroppo abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. Penso alla guerra: al fatto che ancora oggi un bambino possa trovarsi tra le macerie della propria casa o della propria città, sotto i bombardamenti, e vedersi portare via i sogni. È un’immagine molto forte, ma purtroppo reale. L’idea è nata mentre stavo scrivendo le canzoni legate al tema della demenza, intesa proprio come mancanza di mente. A un certo punto mi è venuto spontaneo fare un parallelismo con il comportamento dell’uomo: anche la guerra, in fondo, è una forma di follia, una mancanza di mente collettiva. Così Ho perso i sogni è diventata una canzone che parla proprio di questo: della guerra e della follia umana. In un periodo in cui siamo continuamente bombardati da notizie di questo tipo, mi è sembrato naturale inserire anche questo tema nel disco. Non tanto per dovere, quanto perché sentivo davvero il bisogno di raccontarlo.
Ho notato che in questo tour avete registrato molti sold out, non solo nelle grandi città come Roma, Milano o Napoli, ma anche in piazze come Firenze, Genova e Verona. È una tendenza che ho visto anche con altri gruppi della scena indipendente come Bluvertigo, Cani, Offlaga Disco Pax, Diaframma.
Al vostro concerto, inoltre, c’erano tantissimi ragazzi giovani: secondo te è un segnale positivo? Possiamo dire che per la musica indipendente in Italia ci sia ancora speranza?
Credo che le due situazioni che hai citato siano un po’ diverse.
Tutti i gruppi che hai menzionato, forse con l’eccezione dei Diaframma, sono band che a un certo punto si sono ritrovate dopo anni di pausa, e questo di per sé crea già un evento.
I Sick Tamburo, invece, rappresentano un caso differente: siamo una band che è sempre rimasta in attività. Dal 2009 non ci siamo mai fermati, quindi il segnale che arriva dal pubblico ha un significato un po’ diverso. Ci auguriamo comunque che un certo tipo di musica, è brutto usare questa parola, ma in fondo è così, più “alternativa” possa trovare sempre più spazio. Negli ultimi anni, forse, è sembrata un po’ in calo rispetto a proposte più mainstream, quelle che vediamo quotidianamente anche in televisione.
È vero però che i ritorni sulle scene dopo lunghi periodi di silenzio stanno funzionando molto bene: creano curiosità, attenzione e un forte senso di occasione speciale. È qualcosa di diverso dal percorso di una band che continua a pubblicare dischi e a suonare con continuità, perché in quei casi il concerto diventa quasi un appuntamento unico, legato proprio al fatto di rivedere insieme un gruppo che mancava da tanto tempo.
L’ultima domanda è più personale, da fan che vi segue dai tempi dei Prozac+ e poi dei Sick Tamburo, riallacciandomi al discorso precedente ti chiedo: hai mai pensato a una possibile reunion dei Prozac+? Oppure è qualcosa che non hai mai preso in considerazione?”
Devo dire che, personalmente, non sono uno a cui piace molto l’idea delle reunion. Vivere troppo su quello che è stato fatto in passato non mi ha mai entusiasmato.
Da tanti anni ormai ho un nuovo progetto musicale, i Sick Tamburo, che a questo punto è durato persino più dei Prozac+: abbiamo fatto più dischi e costruito una storia più lunga con i Sick Tamburo di quella che avevamo fatto con i Prozac+. Per questo oggi mi sento molto più legato a questa realtà, che per me è anche qualcosa di più maturo, nato in un’altra fase della vita e con un’altra consapevolezza.
Detto questo, non sono contrario in maniera assoluta alle reunion, però non è una cosa automatica: dovrebbe esserci davvero l’occasione giusta, e oggi, soprattutto dopo la scomparsa di Elisabetta, dovrebbe essere qualcosa di veramente speciale, un motivo molto forte, altrimenti credo che sarebbe molto, molto difficile.

Ivan Barra nasce a Torino e cresce a Salerno, dove si forma culturalmente e musicalmente. Trasferitosi a Roma, insegna mantenendo viva la sua anima punk e la passione per tutto ciò che ruota intorno alla musica. Lettore instancabile e collezionista di dischi, frequenta con costanza concerti e realtà indipendenti.
Figura storica della scena musicale salernitana, muove i primi passi come cantante dei MayDay!!!, band punk degli esordi, per poi collaborare con il collettivo Sieti House Family, contribuendo a progetti e iniziative legate alla cultura underground.
“La libertà è una forma di disciplina”









